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Arte antica, icone, arte contemporanea, pittura antica, arte dell'800 e del '900.


 

 

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Ritratto di Eleonora Lampugnani
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Ritratto di Eleonora Lampugnani

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Ritratto di Eleonora Lampugnani

Olio su tela. Scuola lombarda. La ricca dama ritratta è accompagnata dalla scritta identificativa in alto a destra che recita "Eleonora Lampuniana Nupta N.V. Bartolomei De Cornu 1478": si tratta quindi di Eleonora Lampugnani moglie di Bartolomeo Del Corno. La famiglia Lampugnani è un' antica famiglia patrizia di Milano (il nome deriva dal quartiere Lampugnano), con residenze a Legnano e Busto Arsizio, e alla quale Filippo Maria Visconti (duca di Milano) assegnò nel XV secolo il feudo di Trecate; il marito della nobildonna apparteneva invece alla nobile famiglia piemontese Corno (in origine detta Del Corno). La nobildonna è ritratta in piedi, in splendida veste riccamente ricamata e impreziosita da pizzi; essa poggia la mano su un prezioso cofanetto intarsiato in avorio, probabilmente un monetiere, simbolo di ricchezza e potere, sormontato peraltro da un vaso con fiori, simbolo piuttosto di vanità. Il dipinto presenta un restauro antico sulle mani, che risultano di qualità inferiore rispetto a quella del volto, delle vesti, del vasetto di vetro. Il dipinto proviene da antica collezione lombarda. La data 1478 riportata con la scritta, risulta poco consona all'abbigliamento cinquecentesco: secondo il racconto della famiglia di provenienza del dipinto, la data che compariva prima dell'ultimo restauro era 1578, e si tratterebbe pertanto di una modifica fatta erroneamente dal restauratore.

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Caino e Abele
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Caino e Abele

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Caino e Abele

Olio su tela. Scuola centro-italiana. Di grande impatto scenico, il dipinto racconta l'episodio del Libro della Genesi che ha per protagonisti i due fratelli Caino e Abele, i primi figli di Adamo ed Eva e quindi i primi nati da lombi umani. Caino, agricoltore, poichè Dio aveva rifiutato i frutti del suo raccolto in favore degli agnelli sacrificati del pastore Abele, uccide il fratello. I due diventano così rispettivamente Caino il primo uomo a nascere, Abele il primo a morire nonchè il primo martire della storia sacra. Sono inoltre considerati come archetipo del fratricidio: è soprattutto in tale veste che la loro storia è stata ampiamente raccontata sia nella letteratura che nell'arte pittorica. Nel dipinto qui proposto, che raffigura il momento culminante e tragico dell'uccisione, le due figure riempiono la scena, come due figure contrastanti : Caino in piedi, scuro di pelle e di capelli, lo sguardo truce, animato da foga intensa mentre solleva la clava pronto a colpire; Abele a terra, che tenta vanamente di proteggersi, pallido nell'incarnato già mortale, gli occhi sbarrati in un'espressione di terrore. La particolare efficacia dei volti, soprattutto quello di Abele nella abile scorciatura, rimanda alle opere di Giuseppe Diamantini (1621-1705). Tra i due corpi, rifulge la luce del falò, che rimanda alla pira sacrificale più arretrata sulla sinistra, dalla quale divampa un fuoco intenso, simbolo della presenza divina a cui l'atto di Caino non può sfuggire. Efficace anche la resa dei panneggi che seguono i movimenti dei corpi. Restaurato e ritelato, il dipinto è presentato in cornice in stile, decorata.

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Francesco Mantovano
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Francesco Mantovano

Ghirlanda di Fiori con Annuncio ai Pastori

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Francesco Mantovano

Ghirlanda di Fiori con Annuncio ai Pastori

Olio su tela. Di raffinata qualità e in ottimo stato di conservazione, il dipinto raffigura una ghirlanda di fiori variopinti che incornicia la scena evangelica dell'Annuncio ai pastori. L'opera è corredata dall'expertise del dr. Gianluca Bocchi, che la attribuisce alla produzione di Francesco Caldei, detto il Mantovano dalla sua città d'origine. Il Mantovano si formò artisticamente a Roma, ove rimase dal 1613 e il 1625, acquisendo una formazione da fiorante. La sua produzione difatti è costituita prevalentemente di vasi con fiori. Trasferitosi successivamente a Venezia, ove rimase sino alla morte, Il Mantovano importò nella città i canoni pittorici romani acquisiti, in particolare il guasto per le rappresentazioni botaniche, ma anche la tipologia della ghirlanda, che gli artisti romani avevano attinto dalla tradizione fiamminga . La produzione di ghirlande prevedeva l'inclusione di scene di figura, a soggetto mitologico o sacro, spesso prodotte in collaborazione con pittori di figura, a cui anche il Mantovano non disdegnò di ricorrere. La scena dell'Annuncio ai pastori di questo dipinto rimanda piuttosto fedelmente all'omonima opera realizzata da Jacopo da Bassano (1515-1592), la cui produzione di carattere bucolico ebbe tale successo da essere riproposta in numerose copie dai figli dello stesso artista e in numerose incisioni circolanti in tutta Europa, che consentirono a diversi altri artisti di ispirarsi ad esse, come probabilmente fece il Mantovano. Si può concludere quindi che l'opera qui presentata sia un dipinto di Francesco Mantovano realizzato a Venezia intorno al 1640-1650. Il dipinto è stato ritelato in antico. E' presentato in cornice del XVIII secolo riadattata e ridorata. Al retro riporta etichette che documentano l passaggio dell'opera sul mercato francese dell'800.

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Xavier Bueno
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Xavier Bueno

Ragazzo,1966

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Xavier Bueno

Ragazzo,1966

Olio su cartone telato. Firmato in basso a sinistra. Al retro ulteriore firma, data e titolo. Dopo l'infanzia trascorsa tra la Spagna, suo paese natale, Ginevra e Parigi, nel 1940 Xavier Bueno si trasferì in Italia, a Fiesole, ove aderì con il fratello Antonio, Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian. al gruppo dei "Pittori Moderni della Realtà", il cui manifesto proponeva un'osservazione “oggettiva” del vero, della natura e la sua riproduzione il più possibile fedele. L'esperienza della guerra civile spagnola prima e di quella italiana poi, indirizzò sempre più l'artista verso un realismo legato a motivi di forte contenuto sociale. Il 1953 rappresentò una svolta importante per la carriera di Xavier: fu l'anno dell'esplicita adesione alle poetiche del realismo socialista, adesione che giunse dopo un itinerario personale che lo vide praticare pittura “impegnata” fin dall'anteguerra, con netto anticipo sull'arte di sinistra italiana. Altra tappa fondamentale nella carriera di Xavier fu il viaggio in Brasile del 1954: l'artista tornò da questa esperienza pieno di entusiasmo e con una serie di chine i cui principali protagonisti sono bambini, ragazzi, braccianti. Da questo momento la tematica dell'infanzia divenne sempre più ricorrente, un po' per volta i personaggi vennero raffigurati immobili, in una sorta di nebbia irreale, priva persino di profondità, di rigore prospettico, nella quale essi emergono come evocati. A tale produzione appartiene l'opera qui presentata. Tra il 1959 e il 1964 Xavier creò il ciclo dei "Bambini", immagini sofferenti e malinconiche opere simboliche di un'umanità avvilita ed oppressa, che l'artista presentò alla rassegna "España libre". Anche la sua tecnica subì un'evoluzione, che lo portò a ricercare un ispessimento della materia, addensata dall'aggiunta della sabbia alla vernice; il ricorso al collage, già da lui sperimentato nelle nature morte, divenne cospicuo anche in ambito figurativo-ritrattistico. La materia dei suo quadri divenne tale da arrivare a definirli “affresco su tela”. Opera presentata in cornice.

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Giovanni Baglione, attribuito a
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Giovanni Baglione, attribuito a

Erodiade riceve la testa del Battista

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Giovanni Baglione, attribuito a

Erodiade riceve la testa del Battista

Olio su tela. Ispirato ai racconti evangelici della vita di Giovanni Battista, la scena raffigura la regina Erodiade che riceve su un piatto la testa del predicatore, che la figlia Salomé aveva richiesto ad Erode in cambio della sua danza. Erodiade è qui raffigurata in tutta la sua regalità, con la corona e lo scettro, rivestita di abiti e gioielli, ma con un'espressione scostante e indifferente, quasi annoiata, anche davanti al macabro spettacolo, mentre compie il gesto di allontanare sdegnosamente da sè il trofeo che un servitore le sta porgendo su un vassoio. L'opera, già passata in asta da Dorotheum nel 2008, è stata pubblicata e ben descritta nel testo "Studi di storia dell'arte in onore di Fabrizio Lemme", pubblicato nel 2017, nel capitolo ad opera di Michele Nicolaci (storico dell'arte esperto della pittura del Seicento), che la presenta come un dipinto inedito di Giovanni Baglione. Questi fu artista e scrittore romano, conosciuto soprattutto per aver scritto "Le vite de' pittori, scultori et architetti dal pontificato di Gregorio XIII del 1572 in fino a' tempi di Papa Urbano Ottavo" nel 1642, prima raccolta edita di biografie d'artista nella Roma del secolo XVII. Di notevole importanza anche il suo scritto "Le nove chiese di Roma", edito nel 1639. La sua attività pittorica si svolse tra Roma e Napoli; inizialmente di stampo tardo manierista, conosciuto il Caravaggio, si adeguò al suo stile arrivando fin quasi all'imitazione, tanto da suscitare lo sdegno del Merisi e la sua derisione, nonchè la scarsa considerazione dei colleghi romani; isolato e insultato, il Baglione tornò quindi ad un suo stile personale, ma seppe comunque conseguire un buon successo presso l'alta società romana, grazie anche alla capacità di entrare nelle grazie dei potenti e di reinventarsi quale letterato della corte dei Barberini. La sua svolta stilistica con il ritorno ad una impostazione manierista avvenne intorno al 1630 e si definì in una produzione caratterizzata da forzature compositive e da personaggi quasi caricaturali. Si può collocare in questo periodo anche questa Erodiade: seppur nella maniera ridondante ed eccessiva, quasi ironica, di raffigurare il personaggio, quest'opera non manca di eleganza, nella posa teatrale della donna, ma anche del servitore, nell'abile gioco dei contrasti cromatici (nella veste della regina, ma anche nelle differenze tra gli incarnati), nella sovrabbondanza delle vesti e dei gioielli. La tela è stata restaurata e ritelata. E' presentata in cornice dorata di fine '800. Pubblicazione allegata al dipinto.

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Camillo Procaccini, ambito di
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Adorazione dei Pastori

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Camillo Procaccini, ambito di

Adorazione dei Pastori

Olio su tela. La scena dell'adorazione si sviluppa intorno alla centralità della Sacra Famiglia, verso la quale convergono diversi pastori e pastorelle, con flauti, pecore, cani; tra essi anche, in alto a sinistra, un'altra famiglia che giunge a dorso d'asino, quasi un'anticipazione della fuga in Egitto; in alto a destra si intravvede, all'esterno dell'edificio, un angelo che annuncia la nascita ad altri pastori. L' opera, di bella qualità, è identica nel soggetto al dipinto conservato presso i Musei Civici di Pavia, donato alla città nel 1838 dal legato Malaspina e anch'esso riferito all'ambito di Camillo Procaccini. Il nostro e' pressochè identico anche nelle dimensioni al gemello di Pavia, se non per pochi centimetri in più imputabili all'aumento della dimensione del telaio in fase di restauro, che ha comportato la necessità di uno "stiramento" della tela su di esso lungo il bordo, come si evidenzia da una analisi dei bordi. Questa analogia di soggetto e di dimensioni, oltre che la medesima collocazione temporale, depongono a favore dell'appartenenza dei due dipinti alla stessa bottega. Entrambi rimandano peraltro alla "Adorazione dei pastori" di sicura autografia di Camillo Procaccini, tra le più vivide della sua produzione, conservata nella chiesa di Sant'Alessandria in Zebedia a Milano, che pur con un'evidente differenza nello svolgimento più verticale e nella disposizione delle figure, presenta la stessa impostazione scenica e la stessa modalità di realizzazione delle altre due tele gemelle. Balza all'occhio soprattutto l'uguaglianza compositiva del gruppo centrale della Sacra Famiglia, così come la medesima identità di alcuni personaggi, quali il pastorello con il cane nell'angolo in basso a sinistra, ma anche il volto di un suonatore di flauto, quello in secondo piano a destra nelle due opere gemelle con quello quasi nascosto a sinistra nell'opera di S. Alessandro. Nell'opera qui proposta come nella gemella di Pavia, l'evidente realismo della scena che dettaglia i ruoli dei personaggi, la plasticità intensa di ogni figura, mai statica anche quando è ferma e intrecciata alle altre in un gioco di sovrapposizioni e contrasti di colore, le scene di sfondo a scopo didascalico, ben si collocano nell'adesione del Procaccini al programma di Controriforma promosso dal Cardinal Borromeo a Milano, ove l'artista parmense visse e lavorò a lungo. Il dipinto è stato precedentemente restaurato e ritelato.

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Lorenzo Lippi, ambito di
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San Rocco confortato dall'angelo

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Lorenzo Lippi, ambito di

San Rocco confortato dall'angelo

Olio su tela. La grande scena rappresenta un momento della vita di San Rocco, il pellegrino e taumaturgo francese che è considerato il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste , e successivamente di tutti i flagelli e le catastrofi che hanno colpito l'umanità. Anche oggi, nel 2020, a seguito della pandemia in corso, il Santo è stato oggetto di preghiere e invocazioni a protezione dal virus in molteplici comunità cristiane in tutto il mondo. Il santo è raffigurato durante la prigionia, che lo condurrà alla morte, a cui fu sottoposto a Voghera durante il suo rientro dall'Italia in Francia, con l'accusa di spionaggio perchè, misero e lacero, non riconosciuto da nessuno, non seppe giustificare il suo passaggio in terre martoriate e sospettose. Nell'opera appaiono molti degli attributi iconografici del Santo: egli indossa solo il mantello, i calzari e la fibbia che reggeva la borraccia legata al torace; ai suoi piedi si trovano il tabarro ed il bastone del pellegrino; alla sua destra è un cane con un tozzo di pane che, secondo la leggenda, l'animale rubava dalla mensa di un ricco mercante per sfamare il santo malato; sulla sua coscia sinistra si intravvede la piaga, segno della malattia che lo colpì. L'opera è attribuita all'ambito di Lorenzo Lippi (1606-1684), artista toscano del XVII secolo, riconoscibile nello stile asciutto e improntato al vero, ma in particolare per le posture e le conformazioni anatomiche peculiari delle figure da lui raffigurate: si confronti ad esempio la corrispondenza stretta tra l'angelo del nostro quadro con quello del sacrificio di Isacco, conservato a S. Lucia di Montecastello, ma anche quella tra la postura di Isacco, seduto ma reclinato all'indietro, con le gambe aperte come il San Rocco, in una posa che sembra appartenere specificamente alla produzione dell'artista. Di Lorenzo Lippi, che fu non solo pittore ma anche letterato, ricordiamo che la produzione pittorica fu quasi totalmente dedicata al soggetto religioso e devozionale, eseguita tanto per una clientela pubblica (chiese cittadine e del contado), che privata; anche nella produzione di ritratti, che furono il motivo del suo passaggio a Innsbruck come pittore di corte, i soggetti da ritrarre venivano spesso inglobati in scene sacre. Per secoli la figura di artista del Lippi godette di pochi riconoscimenti, venendogli mosse le critiche di essere "troppo tenace" nel restare fedele al suo stile, fatto di una "pura e semplice imitazione della natura", come se fosse stato un artista privo di inventiva propria e poco incline ad abbracciare le novità pittoriche introdotte sulla scena artistica; in particolare mancano nella sua produzione le estrosità del barocco e l'adesione al gusto della corte medicea, improntata al fasto e alla sensualità dei modelli, rimanendo essa invece legata agli arcaicismi del secolo precedente, in particolare quelli di Santi da Tito, con la motivazione di voler restare vicino al sentire religioso del popolo fiorentino e delle sue confraternite. Le sue composizioni peraltro rispondono a puntuali equilibri formali e narrativi, con regie sceniche illuminate in maniera netta, dal disegno quasi neorinascimentale, con posture plastiche che ben sottolineano il sentimento del personaggio, con caratterizzazioni nitide dei volti e delle mani, in particolare quest'ultime sempre impegnate in una gestualità esplicita e dimostrativa dei contenuti della scena. Il dipinto qui proposto, già restaurato e ritelato, è presentato in cornice in stile.

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Opera di Arman
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Opera di Arman

10000 Cendrillons

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Opera di Arman

10000 Cendrillons

Tecnica mista su tela. Armand Fernandez, in arte Arman, nasce a Nizza nel 1928. È ricordato come uno degli esponenti più significativi ed influenti del movimento artistico “Nouveau Réalisme”, la declinazione europea del New Dada americano. Il Nouveau Réalisme si sviluppa negli anni '60 in Francia attorno alla figura del critico Pierre Restany. Rappresenta un modo di fare arte anti convenzionale, che riprende molti aspetti delle avanguardie di inizio secolo, come ad esempio il relegamento di pittura e scultura a tecniche di secondo ordine. Per contro viene dato valore artistico ad oggetti di uso comune, appartenenti alla sfera quotidiana, che vengono presentati nelle opere esattamente nella loro oggettività, senza l'azione decontestualizzante che caratterizzava i ready-made di Duchamp. Il periodo del dopoguerra, caratterizzato da cambiamenti radicali dal punto di vista sociale ed economico viene rappresentato dagli esponenti del Nouveau Réalisme in maniera provocatoria e critica attraverso i suoi prodotti: oggetti in sovrabbondanza, prodotti di scarto, rifiuti scomodi e così via. Ogni artista declina questa filosofia in maniera personale ed originale; Arman è noto per le sue accumulazioni al limite dell'ossessivo. La sua opera prende le mosse dalle strade, dove raccoglie ciò che viene buttato, dimenticato. Gli oggetti inutilizzati, quello che è considerato spazzatura diventa protagonista delle sue “sculture”, inducendo il pubblico ad una riflessione sui risvolti della società consumistica. L'opera in questione è una composizione ironica intitolata 10000 Cendrillons, ossia 10000 Cenerentole. È costituita da sei paia di scarpe firmate Prada tagliate a metà, montate su tela e ricoperte di vernice. L'opera è concettuale e la sua interpretazione è legata alla comprensione della filosofia dell'artista e del periodo storico in cui ha operato. Rappresenta una visione personale e critica, alleggerita dal titolo canzonatorio, del consumismo dilagante. Arman opera la “dissacrazione” di un oggetto, la scarpa Prada, che è considerato un simulacro nel mondo della moda, un oggetto del desiderio. Dimostra con la sua opera come in fondo, una scarpa firmata a cui attribuiamo il valore di status symbol, non è altro che una scarpa e in ultimo un semplice oggetto che come ogni altro diventerà un rifiuto. L'opera proviene dallo studio dell'artista a New York ed è autenticata mediante email della Fondation A.R.M.A.N. che ne riporta il numero di archivio. La Fondation A.R.M.AN. è attualmente l'unica istituzione avente il diritto di rilasciare certificazioni per le opere di Arman. È allegata inoltre fotografia dell'opera firmata dall'artista che indica il numero d'archivio, il titolo, le misure e la tecnica. Sul retro della fotografia è presente il timbro della Galleria d'Arte Dante Vecchiato che nei primi anni 2000 è stata il punto di riferimento per la distribuzione delle opere di Arman in Italia.

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Jeté

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Tecnica mista su tela. Armand Fernandez, in arte Arman, nasce a Nizza nel 1928. È ricordato come uno degli esponenti più significativi ed influenti del movimento artistico “Nouveau Réalisme”, la declinazione europea del New Dada americano. Il Nouveau Réalisme si sviluppa negli anni '60 in Francia attorno alla figura del critico Pierre Restany. Rappresenta un modo di fare arte anti convenzionale, che riprende molti aspetti delle avanguardie di inizio secolo, come ad esempio il relegamento di pittura e scultura a tecniche di secondo ordine. Per contro viene dato valore artistico ad oggetti di uso comune, appartenenti alla sfera quotidiana, che vengono presentati nelle opere esattamente nella loro oggettività, senza l'azione decontestualizzante che caratterizzava i ready-made di Duchamp. Il periodo del dopoguerra, caratterizzato da cambiamenti radicali dal punto di vista sociale ed economico viene rappresentato dagli esponenti del Nouveau Réalisme in maniera provocatoria e critica attraverso i suoi prodotti: oggetti in sovrabbondanza, prodotti di scarto, rifiuti scomodi e così via. Ogni artista declina questa filosofia in maniera personale ed originale; Arman è noto per le sue accumulazioni al limite dell'ossessivo. La sua opera prende le mosse dalle strade, dove raccoglie ciò che viene buttato, dimenticato. Gli oggetti inutilizzati, quello che è considerato spazzatura diventa protagonista delle sue “sculture”, inducendo il pubblico ad una riflessione sui risvolti della società consumistica. L'opera in questione consiste in un violino tagliato montato su tela riportata su tavola con tracce di colori misti. Il titolo è Jeté, in italiano "Gettato", il riferimento al mondo dei rifiuti è diretto ed immediato. Fa parte della serie "Colères" operazioni di "dissemblage", ossia di distruzione di strumenti musicali della tradizione borghese: violini, violoncelli, trombe e pianoforti che vengono smembrati, bruciati, o sezionati. In questo ciclo di lavori si palesa l'impulso distruttivo. Il gesto è importante, centrale nella filosofia del Nouveau Réalisme. Come disse lo stesso Arman “Credo che nell'azione della distruzione ci sia una volontà d'arrestare il tempo, di sospendere gli avvenimenti incollandoli, bloccandoli insieme nel poliestere..." L'opera proviene dallo studio dell'artista a New York ed è autenticata mediante email della Fondation A.R.M.A.N. che ne riporta il numero di archivio. La Fondation A.R.M.A.N. è attualmente l'unica istituzione avente il diritto di rilasciare certificazioni per le opere di Arman. È allegata inoltre fotografia dell'opera firmata dall'artista che indica il numero d'archivio, il titolo, le misure e la tecnica. Sul retro della fotografia è presente il timbro della Galleria d'Arte Dante Vecchiato che nei primi anni 2000 è stata il punto di riferimento per la distribuzione delle opere di Arman in Italia.

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