Arte

In evidenza

prezzo

  • Trattativa riservata

dimensioni opera


35 cm 198 cm

28 cm 245 cm

2 cm 77 cm
Applica

Arte

Nel nostro catalogo puoi trovare Oggetti e Opere d'Arte dal XVI° secolo fino ai giorni nostri.

Arte antica, icone, arte contemporanea, pittura antica, arte dell'800 e del '900.


 

 

ordina per

Ritratto di Eleonora Lampugnani
SELECTED
novità
SELECTED
ARARPI0097145

Ritratto di Eleonora Lampugnani

ARARPI0097145

Ritratto di Eleonora Lampugnani

Olio su tela. Scuola lombarda. La ricca dama ritratta è accompagnata dalla scritta identificativa in alto a destra che recita "Eleonora Lampuniana Nupta N.V. Bartolomei De Cornu 1478": si tratta quindi di Eleonora Lampugnani moglie di Bartolomeo Del Corno. La famiglia Lampugnani è un' antica famiglia patrizia di Milano (il nome deriva dal quartiere Lampugnano), con residenze a Legnano e Busto Arsizio, e alla quale Filippo Maria Visconti (duca di Milano) assegnò nel XV secolo il feudo di Trecate; il marito della nobildonna apparteneva invece alla nobile famiglia piemontese Corno (in origine detta Del Corno). La nobildonna è ritratta in piedi, in splendida veste riccamente ricamata e impreziosita da pizzi; essa poggia la mano su un prezioso cofanetto intarsiato in avorio, probabilmente un monetiere, simbolo di ricchezza e potere, sormontato peraltro da un vaso con fiori, simbolo piuttosto di vanità. Il dipinto presenta un restauro antico sulle mani, che risultano di qualità inferiore rispetto a quella del volto, delle vesti, del vasetto di vetro. Il dipinto proviene da antica collezione lombarda. La data 1478 riportata con la scritta, risulta poco consona all'abbigliamento cinquecentesco: secondo il racconto della famiglia di provenienza del dipinto, la data che compariva prima dell'ultimo restauro era 1578, e si tratterebbe pertanto di una modifica fatta erroneamente dal restauratore.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Caino e Abele
SELECTED
SELECTED
ARARPI0097956

Caino e Abele

ARARPI0097956

Caino e Abele

Olio su tela. Scuola centro-italiana. Di grande impatto scenico, il dipinto racconta l'episodio del Libro della Genesi che ha per protagonisti i due fratelli Caino e Abele, i primi figli di Adamo ed Eva e quindi i primi nati da lombi umani. Caino, agricoltore, poichè Dio aveva rifiutato i frutti del suo raccolto in favore degli agnelli sacrificati del pastore Abele, uccide il fratello. I due diventano così rispettivamente Caino il primo uomo a nascere, Abele il primo a morire nonchè il primo martire della storia sacra. Sono inoltre considerati come archetipo del fratricidio: è soprattutto in tale veste che la loro storia è stata ampiamente raccontata sia nella letteratura che nell'arte pittorica. Nel dipinto qui proposto, che raffigura il momento culminante e tragico dell'uccisione, le due figure riempiono la scena, come due figure contrastanti : Caino in piedi, scuro di pelle e di capelli, lo sguardo truce, animato da foga intensa mentre solleva la clava pronto a colpire; Abele a terra, che tenta vanamente di proteggersi, pallido nell'incarnato già mortale, gli occhi sbarrati in un'espressione di terrore. La particolare efficacia dei volti, soprattutto quello di Abele nella abile scorciatura, rimanda alle opere di Giuseppe Diamantini (1621-1705). Tra i due corpi, rifulge la luce del falò, che rimanda alla pira sacrificale più arretrata sulla sinistra, dalla quale divampa un fuoco intenso, simbolo della presenza divina a cui l'atto di Caino non può sfuggire. Efficace anche la resa dei panneggi che seguono i movimenti dei corpi. Restaurato e ritelato, il dipinto è presentato in cornice in stile, decorata.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Gianni Dova
ARARCO0093036

Gianni Dova

Storia primaverile 1961

ARARCO0093036

Gianni Dova

Storia primaverile 1961

Smalto inciso su tela. Firmato in basso a sinistra. Al retro è presente etichetta cartacea con il titolo, la data e la provenienza privata dell'opera. Gianni Dova, nato a Roma ma cresciuto a Milano, dal 1942 frequentò il Liceo Artistico di Brera con l'intenzione di passare poi alla Facoltà di Architettura del Politecnico. Ma la guerra modificò i suoi progetti, conobbe e frequentò gli artisti che si riunivano nei caffè letterari e che avevano tra gli altri come punto di riferimento il giornale edito da Ernesto Treccani, Corrente. Tra questi Renato Guttuso, Emilio Vedova, Renato Birolli, Ennio Morlotti, Bruno Cassinari, Giuseppe Migneco e insieme a loro riconobbe l'importanza dell'opera di Pablo Picasso, arrivando ad aderire nel 1946 al manifesto del Realismo "Oltre Guernica". Nel 1947 aderì anche al Movimento Spazialista con Lucio Fontana e numerosi altri artisti italiani: Dova fu tra i protagonisti di questo movimento cresciuto intorno alla Galleria del Naviglio di Carlo Cardazzo e ne firmò diversi manifesti. Aderì in seguito, al movimento della pittura nucleare con Enrico Baj e Sergio Dangelo. Dova ha esposto e riportato grande successo sia in Italia che all'estero. Della sua pittura ha detto: "Dipingere è solo un mezzo per capire la realtà. Io conosco e capisco il mondo attraverso il colore. Parto da un'astrazione per comprendere il reale. Non mi diverto a dipingere: mi interessa essere coinvolto dal lavoro e stare in attesa, sulla tela, del momento finale” . L'opera è presentata in cornice.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Francesco Mantovano
SELECTED
SELECTED
ARARPI0094654

Francesco Mantovano

Ghirlanda di Fiori con Annuncio ai Pastori

ARARPI0094654

Francesco Mantovano

Ghirlanda di Fiori con Annuncio ai Pastori

Olio su tela. Di raffinata qualità e in ottimo stato di conservazione, il dipinto raffigura una ghirlanda di fiori variopinti che incornicia la scena evangelica dell'Annuncio ai pastori. L'opera è corredata dall'expertise del dr. Gianluca Bocchi, che la attribuisce alla produzione di Francesco Caldei, detto il Mantovano dalla sua città d'origine. Il Mantovano si formò artisticamente a Roma, ove rimase dal 1613 e il 1625, acquisendo una formazione da fiorante. La sua produzione difatti è costituita prevalentemente di vasi con fiori. Trasferitosi successivamente a Venezia, ove rimase sino alla morte, Il Mantovano importò nella città i canoni pittorici romani acquisiti, in particolare il guasto per le rappresentazioni botaniche, ma anche la tipologia della ghirlanda, che gli artisti romani avevano attinto dalla tradizione fiamminga . La produzione di ghirlande prevedeva l'inclusione di scene di figura, a soggetto mitologico o sacro, spesso prodotte in collaborazione con pittori di figura, a cui anche il Mantovano non disdegnò di ricorrere. La scena dell'Annuncio ai pastori di questo dipinto rimanda piuttosto fedelmente all'omonima opera realizzata da Jacopo da Bassano (1515-1592), la cui produzione di carattere bucolico ebbe tale successo da essere riproposta in numerose copie dai figli dello stesso artista e in numerose incisioni circolanti in tutta Europa, che consentirono a diversi altri artisti di ispirarsi ad esse, come probabilmente fece il Mantovano. Si può concludere quindi che l'opera qui presentata sia un dipinto di Francesco Mantovano realizzato a Venezia intorno al 1640-1650. Il dipinto è stato ritelato in antico. E' presentato in cornice del XVIII secolo riadattata e ridorata. Al retro riporta etichette che documentano l passaggio dell'opera sul mercato francese dell'800.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Xavier Bueno
ARARCO0093034

Xavier Bueno

Ragazze

ARARCO0093034

Xavier Bueno

Ragazze

Olio su cartone telato. Firmato in basso a sinistra. Dopo l'infanzia trascorsa tra la Spagna, suo paese natale, Ginevra e Parigi, nel 1940 Xavier Bueno si trasferì in Italia, a Fiesole, ove aderì con il fratello Antonio, Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian. al gruppo dei "Pittori Moderni della Realtà", il cui manifesto proponeva un'osservazione “oggettiva” del vero, della natura e la sua riproduzione il più possibile fedele. L'esperienza della guerra civile spagnola prima e di quella italiana poi, indirizzò sempre più l'artista verso un realismo legato a motivi di forte contenuto sociale. Il 1953 rappresentò una svolta importante per la carriera di Xavier: fu l'anno dell'esplicita adesione alle poetiche del realismo socialista, adesione che giunse dopo un itinerario personale che lo vide praticare pittura “impegnata” fin dall'anteguerra, con netto anticipo sull'arte di sinistra italiana. Altra tappa fondamentale nella carriera di Xavier fu il viaggio in Brasile del 1954: l'artista tornò da questa esperienza pieno di entusiasmo e con una serie di chine i cui principali protagonisti sono bambini, ragazzi, braccianti. Da questo momento la tematica dell'infanzia divenne sempre più ricorrente, un po' per volta i personaggi vennero raffigurati immobili, in una sorta di nebbia irreale, priva persino di profondità, di rigore prospettico, nella quale essi emergono come evocati. A tale produzione appartiene l'opera qui presentata. Tra il 1959 e il 1964 Xavier creò il ciclo dei "Bambini", immagini sofferenti e malinconiche opere simboliche di un'umanità avvilita ed oppressa, che l'artista presentò alla rassegna "España libre". Anche la sua tecnica subì un'evoluzione, che lo portò a ricercare un ispessimento della materia, addensata dall'aggiunta della sabbia alla vernice; il ricorso al collage, già da lui sperimentato nelle nature morte, divenne cospicuo anche in ambito figurativo-ritrattistico. La materia dei suo quadri divenne tale da arrivare a definirli “affresco su tela”. Opera presentata in cornice.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Xavier Bueno
SELECTED
SELECTED
ARARCO0093033

Xavier Bueno

Ragazzo,1966

ARARCO0093033

Xavier Bueno

Ragazzo,1966

Olio su cartone telato. Firmato in basso a sinistra. Al retro ulteriore firma, data e titolo. Dopo l'infanzia trascorsa tra la Spagna, suo paese natale, Ginevra e Parigi, nel 1940 Xavier Bueno si trasferì in Italia, a Fiesole, ove aderì con il fratello Antonio, Pietro Annigoni e Gregorio Sciltian. al gruppo dei "Pittori Moderni della Realtà", il cui manifesto proponeva un'osservazione “oggettiva” del vero, della natura e la sua riproduzione il più possibile fedele. L'esperienza della guerra civile spagnola prima e di quella italiana poi, indirizzò sempre più l'artista verso un realismo legato a motivi di forte contenuto sociale. Il 1953 rappresentò una svolta importante per la carriera di Xavier: fu l'anno dell'esplicita adesione alle poetiche del realismo socialista, adesione che giunse dopo un itinerario personale che lo vide praticare pittura “impegnata” fin dall'anteguerra, con netto anticipo sull'arte di sinistra italiana. Altra tappa fondamentale nella carriera di Xavier fu il viaggio in Brasile del 1954: l'artista tornò da questa esperienza pieno di entusiasmo e con una serie di chine i cui principali protagonisti sono bambini, ragazzi, braccianti. Da questo momento la tematica dell'infanzia divenne sempre più ricorrente, un po' per volta i personaggi vennero raffigurati immobili, in una sorta di nebbia irreale, priva persino di profondità, di rigore prospettico, nella quale essi emergono come evocati. A tale produzione appartiene l'opera qui presentata. Tra il 1959 e il 1964 Xavier creò il ciclo dei "Bambini", immagini sofferenti e malinconiche opere simboliche di un'umanità avvilita ed oppressa, che l'artista presentò alla rassegna "España libre". Anche la sua tecnica subì un'evoluzione, che lo portò a ricercare un ispessimento della materia, addensata dall'aggiunta della sabbia alla vernice; il ricorso al collage, già da lui sperimentato nelle nature morte, divenne cospicuo anche in ambito figurativo-ritrattistico. La materia dei suo quadri divenne tale da arrivare a definirli “affresco su tela”. Opera presentata in cornice.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Camillo Procaccini, ambito di
SELECTED
SELECTED
ARARPI0076629

Camillo Procaccini, ambito di

Adorazione dei Pastori

ARARPI0076629

Camillo Procaccini, ambito di

Adorazione dei Pastori

Olio su tela. La scena dell'adorazione si sviluppa intorno alla centralità della Sacra Famiglia, verso la quale convergono diversi pastori e pastorelle, con flauti, pecore, cani; tra essi anche, in alto a sinistra, un'altra famiglia che giunge a dorso d'asino, quasi un'anticipazione della fuga in Egitto; in alto a destra si intravvede, all'esterno dell'edificio, un angelo che annuncia la nascita ad altri pastori. L' opera, di bella qualità, è identica nel soggetto al dipinto conservato presso i Musei Civici di Pavia, donato alla città nel 1838 dal legato Malaspina e anch'esso riferito all'ambito di Camillo Procaccini. Il nostro e' pressochè identico anche nelle dimensioni al gemello di Pavia, se non per pochi centimetri in più imputabili all'aumento della dimensione del telaio in fase di restauro, che ha comportato la necessità di uno "stiramento" della tela su di esso lungo il bordo, come si evidenzia da una analisi dei bordi. Questa analogia di soggetto e di dimensioni, oltre che la medesima collocazione temporale, depongono a favore dell'appartenenza dei due dipinti alla stessa bottega. Entrambi rimandano peraltro alla "Adorazione dei pastori" di sicura autografia di Camillo Procaccini, tra le più vivide della sua produzione, conservata nella chiesa di Sant'Alessandria in Zebedia a Milano, che pur con un'evidente differenza nello svolgimento più verticale e nella disposizione delle figure, presenta la stessa impostazione scenica e la stessa modalità di realizzazione delle altre due tele gemelle. Balza all'occhio soprattutto l'uguaglianza compositiva del gruppo centrale della Sacra Famiglia, così come la medesima identità di alcuni personaggi, quali il pastorello con il cane nell'angolo in basso a sinistra, ma anche il volto di un suonatore di flauto, quello in secondo piano a destra nelle due opere gemelle con quello quasi nascosto a sinistra nell'opera di S. Alessandro. Nell'opera qui proposta come nella gemella di Pavia, l'evidente realismo della scena che dettaglia i ruoli dei personaggi, la plasticità intensa di ogni figura, mai statica anche quando è ferma e intrecciata alle altre in un gioco di sovrapposizioni e contrasti di colore, le scene di sfondo a scopo didascalico, ben si collocano nell'adesione del Procaccini al programma di Controriforma promosso dal Cardinal Borromeo a Milano, ove l'artista parmense visse e lavorò a lungo. Il dipinto è stato precedentemente restaurato e ritelato.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Lorenzo Lippi, ambito di
SELECTED
SELECTED
ARTPIT0001627

Lorenzo Lippi, ambito di

San Rocco confortato dall'angelo

ARTPIT0001627

Lorenzo Lippi, ambito di

San Rocco confortato dall'angelo

Olio su tela. La grande scena rappresenta un momento della vita di San Rocco, il pellegrino e taumaturgo francese che è considerato il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste , e successivamente di tutti i flagelli e le catastrofi che hanno colpito l'umanità. Anche oggi, nel 2020, a seguito della pandemia in corso, il Santo è stato oggetto di preghiere e invocazioni a protezione dal virus in molteplici comunità cristiane in tutto il mondo. Il santo è raffigurato durante la prigionia, che lo condurrà alla morte, a cui fu sottoposto a Voghera durante il suo rientro dall'Italia in Francia, con l'accusa di spionaggio perchè, misero e lacero, non riconosciuto da nessuno, non seppe giustificare il suo passaggio in terre martoriate e sospettose. Nell'opera appaiono molti degli attributi iconografici del Santo: egli indossa solo il mantello, i calzari e la fibbia che reggeva la borraccia legata al torace; ai suoi piedi si trovano il tabarro ed il bastone del pellegrino; alla sua destra è un cane con un tozzo di pane che, secondo la leggenda, l'animale rubava dalla mensa di un ricco mercante per sfamare il santo malato; sulla sua coscia sinistra si intravvede la piaga, segno della malattia che lo colpì. L'opera è attribuita all'ambito di Lorenzo Lippi (1606-1684), artista toscano del XVII secolo, riconoscibile nello stile asciutto e improntato al vero, ma in particolare per le posture e le conformazioni anatomiche peculiari delle figure da lui raffigurate: si confronti ad esempio la corrispondenza stretta tra l'angelo del nostro quadro con quello del sacrificio di Isacco, conservato a S. Lucia di Montecastello, ma anche quella tra la postura di Isacco, seduto ma reclinato all'indietro, con le gambe aperte come il San Rocco, in una posa che sembra appartenere specificamente alla produzione dell'artista. Di Lorenzo Lippi, che fu non solo pittore ma anche letterato, ricordiamo che la produzione pittorica fu quasi totalmente dedicata al soggetto religioso e devozionale, eseguita tanto per una clientela pubblica (chiese cittadine e del contado), che privata; anche nella produzione di ritratti, che furono il motivo del suo passaggio a Innsbruck come pittore di corte, i soggetti da ritrarre venivano spesso inglobati in scene sacre. Per secoli la figura di artista del Lippi godette di pochi riconoscimenti, venendogli mosse le critiche di essere "troppo tenace" nel restare fedele al suo stile, fatto di una "pura e semplice imitazione della natura", come se fosse stato un artista privo di inventiva propria e poco incline ad abbracciare le novità pittoriche introdotte sulla scena artistica; in particolare mancano nella sua produzione le estrosità del barocco e l'adesione al gusto della corte medicea, improntata al fasto e alla sensualità dei modelli, rimanendo essa invece legata agli arcaicismi del secolo precedente, in particolare quelli di Santi da Tito, con la motivazione di voler restare vicino al sentire religioso del popolo fiorentino e delle sue confraternite. Le sue composizioni peraltro rispondono a puntuali equilibri formali e narrativi, con regie sceniche illuminate in maniera netta, dal disegno quasi neorinascimentale, con posture plastiche che ben sottolineano il sentimento del personaggio, con caratterizzazioni nitide dei volti e delle mani, in particolare quest'ultime sempre impegnate in una gestualità esplicita e dimostrativa dei contenuti della scena. Il dipinto qui proposto, già restaurato e ritelato, è presentato in cornice in stile.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Gerrit Van Honthorst, ambito di
ARTPIT0001596

Gerrit Van Honthorst, ambito di

Gesù davanti a Caifa

ARTPIT0001596

Gerrit Van Honthorst, ambito di

Gesù davanti a Caifa

Olio su tela. Il dipinto riprende l'opera del maestro olandese Gerrit Van Honthorst, realizzata nel 1617 e oggi conservata alla National Gallery di Londra. Olandese di nascita, van Honthorst giunse a Roma poco dopo la morte di Caravaggio, di cui assimilò lo stile, che gli valse il soprannome di “Gherardo delle Notti". A Roma l'artista fu ospitato dalla famiglia Giustiniani, che gli commissionò l'opera per la sua collezione privata, ove essa rimase sino al 1804. Portata dapprima a Parigi presso la collezione Bonaparte, dopo ulteriori passaggi di proprietà, giunse infine a Londra nel 1922. Il dipinto racconta l'episodio drammatico dell'incontro tra il sacerdote Caifa e Gesù, durante la sua Passione. Tutta la parte superiore è occupata dal buio: il vuoto, il nulla, fanno concentrare l'attenzione sui due protagonisti e sul dramma che si sta svolgendo. La scena è fortemente statica, quasi bloccata in un momento preciso, l'atto accusatorio del sacerdote nei confronti del Cristo, a sottolineare l'intensità del dramma interiore, profondamente doloroso. Nella scena, Caifa è a sinistra, seduto al tavolo su cui è posato il libro della Legge ebraica, e solleva il dito in tono accusatorio; Gesù è a destra, in piedi, le mani legate, in atteggiamento umile. Al centro una candela, unica fonte di luce, che fa da raccordo tra il volto di Caifa e quello di Gesù, che si incontrano in un gioco di sguardi lungo una linea diagonale, e di cui la luce artificiale sottolinea impietosamente il contrasto espressivo, grottesco e arrabbiato quello del sacerdote, sofferente, ma luminoso e composto quello del Cristo. Sullo sfondo, dietro i due protagonisti, sono presenti le figure di altri sommi sacerdoti. Sono solo ombre nel buio, attendono il giudizio e le loro facce sono avvolte nell'oscurità che aumenta la tensione. Ben si coglie, nel contrasto di luci e ombre, nell'intensità degli sguardi, l'impronta caravaggesca. La tela qui proposta, di dimensioni circa la metà dell'originale, ma fedele nei moduli stilistici e interpretativi, fu probabilmente commissionata in misure ridotta da chi aveva apprezzato l'originale a palazzo Giustiniani. Essa è stata restaurata e ritelata nel XIX secolo. Sul retro sono scritti alcuni nomi, indicazione di proprietà. Cornice in stile.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona
Monsù Bernardo,attribuibile a
ARARPI0057208

Monsù Bernardo,attribuibile a

Figura d'uomo con brocca

ARARPI0057208

Monsù Bernardo,attribuibile a

Figura d'uomo con brocca

Olio su tela. E' l'intenso ritratto di un uomo intento a versarsi un bicchiere di vino da una brocca; indossa un gilet di vello, a indicarne l'appartenenza al mondo pastorale, già denunciata anche dalle mani segnate dal lavoro. Con lo stesso soggetto e di identiche dimensioni, diversa peraltro nei colori, si conosce un'altra tela, venduta nel 2014 in asta pubblica, a cui è attribuito il titolo di "Allegoria dei cinque sensi", a suggerirne il possibile significato di allegoria del gusto. Tale opera è attribuita a Monsù Bernardo, soprannome italiano dell'artista danese allievo di Rembrandt ad Amsterdam, ma che poi (dal 1651) soggiornò e lavorò in Italia dove, pur non trascurando la pittura sacra, si dedicò prevalentemente a composizioni di genere, comico e popolaresco, con un'attenzione specifica per il mondo dei poveri e descritte con un realismo vicino a quello caravaggesco e ispirato dalla scuola dei Bamboccianti. Fu celebre per le sue allegorie come le Età dell'uomo, i Cinque sensi e i Quattro elementi. Anche la nostra opera può essere attribuita all'ambito di tale artista: seppur di qualità leggermente inferiore a quella citata sopra, nella resa dei particolari quali le mani o i tratti del viso, è opera di intensa qualità interpretativa. Restaurata e ritelata, è presentata in cornice coeva.

Telefona

Trattativa in sede

Telefona

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Ulteriori informazioni. OK