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22 cm 183 cm

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Tranquillo Cremona, Attribuito a
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Tranquillo Cremona, Attribuito a

Ritratto di Giovane Donna

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Tranquillo Cremona, Attribuito a

Ritratto di Giovane Donna

Olio su tela. Il dipinto presenta un modo pittorico che fa propendere per l'attribuzione ad una fase giovanile del pittore, quando comincia a sperimentare quegli effetti vaporosi che lo renderanno celebre, e che qui sono accennati nel bordo bianco della veste della donna, e nello sfumato del volto. Non ci è nota l'identità del soggetto, ripreso di profilo, su fondo monocromo memore dei modelli classici della prima metà dell'800. Pur non recando firme, il dipinto reca due importanti notazioni scritte sul retro, una a firma di Vittore Grubicy De Dragon, e l'altra di Luigi Archinti. Vittore Grubicy fu pittore ma soprattutto promotore e mercante delle avanguardie italiane, in modo particolare del gruppo della scapigliatura, a cui Tranquillo Cremona aderì. Di pugno di Grubicy leggiamo "N. 13 Esposizione opere di Tranquillo Cremona al ridotto della Scala del Settembre 1878, V. Grubicy” ; il 10 Giugno 1878 Cremona morì alla giovane età di 41 anni, avvelenato dagli ossidi di piombo dei colori che usava, e Grubicy ne curò una mostra celebrativa, all'interno della quale inserì con il numero 13 quest'opera. A destra del retro del dipinto, accanto alla scritta autografa di Grubicy, compare quella di Luigi Archinti: “Ritratto autentico del Cremona. Questo ritratto, che è quello cui accenno nel numero 296 del Corriere della Sera anno 1878, in appendice indicando il N 13 dell'esposizione Cremona. Milano 28 Novembre 1882 Luigi Archinti (Chirtani)” Luigi Archinti fu, oltre che combattente patriottico, scrittore pittore e critico d'arte, e proprio con questa funzione scrisse su vari giornali a Parigi, Torino, e, dal 1872 a Milano, in modo particolare per il Corriere della Sera, per il quale si firmò con l'anagramma Chirtani. Il 28 Ottobre 1878 scrisse appunto della Esposizione del Cremona, citando l'opera in oggetto. L'opera proviene da una importante collezione milanese. Il dipinto è presentato in bella cornice antica.

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Pier Francesco Cittadini, ambito di
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Pier Francesco Cittadini, ambito di

Ritratto di famiglia

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Pier Francesco Cittadini, ambito di

Ritratto di famiglia

Di notevole qualità compositiva, e fortemente orientata a lucida analisi psicologica, l'opera presenta tratti che rimandano all'opera di Pier Francesco Cittadini, detto il Milanese. Nato a Milano, precoce allievo di Daniele Crespi, si trasferì giovanetto a Bologna; seguì negli anni 1645-46 un periodo a Roma con successivo rientro a Bologna. Dagli anni '50 del '600 in poi si dedicò attivamente alla produzione di ritratti e nature morte, destinate a committenza privata. Proprio la sua prima formazione lombarda e quella romana, nell'ambito di Cerquozzi, ci danno conto della sua sensibilità moderna rispetto all'ambito classico bolognese, con spunti naturalistici degni non solo della migliore produzione lombarda ma anche della produzione ritrattistica spagnola, evidenti ad esempio nel celebre ritratto di famiglia conservato presso il castello di Dozza Imolese; in esso il forte contrasto luce-ombra accentua la concentrata introspezione denotando la profondità d'analisi del vero. Anche nel ritratto qui proposto, l'attenzione maggiore è posta non tanto alla superficie del prestigio e dell'apparire, sottolineato dalla qualità degli abiti, ma piuttosto alla verità dei sentimenti e del "dramma" proposto. Qui un uomo, evidentemente vedovo, compare ritratto con i suoi sei figli, ma di essi uno è deceduto, ed è quello a cui sta accarezzando la testa. Quasi sfocato, con fare rassegnato, il bimbo tiene in mano un bicchiere rovesciato, simbolo di vita versata. In primo piano, la figlia più grande mostra allo spettatore le sei carte, delle quali cinque sono fiori, come tali considera il genitore i propri figli, ed una è l'asso di picche. Questo rappresenta il figlio deceduto, che era gemello dell'altro ancora in vita, corrispondente invece all'asso di fiori. L'intima composizione domestica è arricchita dal notevole brano di natura morta costituito dal tappeto decorato a motivi floreali. Il dipinto è stato restaurato e ritelato e viene presentato in cornice in stile. Presenta minimi ritocchi ed integrazioni.

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Dipinto di Carlo Cignani
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Dipinto di Carlo Cignani

Allegoria dei cinque sensi,1670/1680

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Dipinto di Carlo Cignani

Allegoria dei cinque sensi,1670/1680

Olio su tela. Restaurato e ritelato. Questo splendido dipinto rappresenta uno dei modelli di maggior successo e dunque più volte replicato dall'artista bolognese, nel corso dell'ottavo decennio del '600. Nato a Bologna da nobile famiglia , Cignani fu probabilmente il più stimato pittore della città ai suoi tempi, paragonabile per posizione a quella di Carlo Maratta a Roma. Formatosi dapprima con G.B. Cairo, continuò la sua formazione presso lo studio di Francesco Albani. Dopo una parentesi romana, sarà nuovamente a Bologna dal 1665, e vi rimarrà fino al 1684, anno della sua definitiva partenza per Forlì.Negli anni '70 lo studio del Cignani era oramai affermatissimo e lavorava per le più importanti famiglie patrizie, come i Davia, Albergati e Sampieri a Bologna, i Farnese a Parma e i Pallavicini a Roma. Tra i committenti anche famiglie patrizie nord europee come il re di Polonia, il principe Schonborm. Il carico di lavoro spinse Cignani ad acquisire come aiutanti Marcantonio Franceschini e Luigi Quaini, validissimi aiutanti sia nelle numerose esecuzioni d'affreschi che nel completare dipinti su tela. Proprio a questo periodo storico appartiene la tela in oggetto; la Carità costituì uno dei temi più volte replicati dall'autore ed in questo caso la madre circondata dai suoi cinque figlioli diviene allegoria dei sensi, rappresentati da alcuni elementi narrativi: la campanella per l'udito, il mazzolino di fiori per l'olfatto, il lattante al seno per il gusto, lo specchio per la vista e la carezza per il tatto. La composizione è condotta con un'attenzione classicista che rimanda alla lezione del Reni, con la creazione della figura della madre gentilmente composta e arrotondata, pervasa da calma decorosa. I fanciulli, dipinti in pose aggraziate e leggere, con resa vivida e realistica della carnagione, rimandano alla lezione del Correggio, che in effetti, fu la principale fonte d'ispirazione del Cignani, attraverso una linea che dall'opera dei Carracci si trasmise a Francesco Albani. Dal temperamento pensoso e introspettivo, Cignani fu particolarmente sensibile alle suggestioni poetiche del dolce ed aggraziato naturalismo correggesco, del quale si sentì moderno interprete, secondo dei canoni che indicano anche il cambiamento del gusto della pittura bolognese nella seconda metà del '600, dalla fase più vigorosa dei Carracci ad uno stile più dolce ed aggraziato. Secondo il Malvasia Cignani in modo particolare “ cercò un mezzo tra la forza dè Carrazzi e la dolcezza di Guido”. Dell'Allegoria dei sensi si conoscono numerose versioni, due delle quali passate sul mercato antiquario, ed altre in collezioni private. Una versione, la più vicina alla nostra per qualità ed anche per dimensioni della tela, è quella presente nella Galleria Pallavicini di Roma. Presentato in cornice d fine '800.

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Adrien Manglard, Paesaggio con scena cavalleresca
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Adrien Manglard, Paesaggio con scena cavalleresca

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Adrien Manglard, Paesaggio con scena cavalleresca

Olio su tela. Nel dipinto campeggia in primo piano una scena cavalleresca, probabilmente ispirata alla "Gerusalemme Liberata" del Tasso, che vede due guerrieri bardati con corazza ed elmo piumato, scudi imbracciati e spade sguainate, entrambi fiancheggiati da due dame, in procinto di affrontarsi in duello per il possesso di una cassetta posta al suolo tra i due contendenti; assistono alla contesa un terzo cavaliere con drappo rosso su un cavallo baio e un quarto in piedi di spalle, appoggiato a un doppio bastone, anch'essi in completa tenuta di guerra. La scena è ambientata in una gola montuosa con un torrione sulla destra, dinanzi a una "marina con il mare in tempesta" e una "veduta costiera" sullo sfondo. Il dipinto si inserisce con significativo rilievo nel catalogo di Adrien Manglard per la singolarità della scena figurativa abbinata alle conclamate doti di paesaggista, espresse queste ultime dal gusto della originale inventiva e della sua esplicazione prospettica, dalla resa sia delle rocce che delle onde e delle isole lontane. L'attribuzione al Manglard può essere confermata dai raffronti con diverse sue opere di simile ambientazione, essendo egli stato un affermato pittore di "marine", tanto in tempesta che in serene atmosfere di quiete. A tal scopo è possibile consultare la monografia di S. Maddalo (Adrien Manglard 1695-1760, Multigrafica editrice, Roma 1982) con particolare riferimento alle figure 34-39 e 41, incentrate su "marine" di simile ambientazione, tra cui il Ciclo di Palazzo Ducale Colorno, le tele del Museo Guéret e del Palazzo Boncompagni Ludovisi e l'affresco di Palazzo Chigi. In tali dipinti ritroviamo analoghi e talvolta quasi corrispondenti parametri inventivi, con una combaciante veste pittorica, della tela in oggetto. In essa va sottolineata in particolare la suggestiva resa del cielo tempestoso e del mare in burrasca, attestante l'attenta osservazione di questi fenomeni da parte del Manglard. Peraltro la sua validità anche come pittore di figura è comprovata da un esame generale del suo curriculum, tra cui in particolare la "Chiamata dei primi apostoli", databile al 1731. Nel dipinto è presente sigla AM sulla cassetta raffigurata in basso al centro. L'opera è accompagnata da expertise attributiva del prof. Giancarlo Sestieri. Restaurata e ritelata; è presentata in cornice in stile.

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