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Lorenzo Lippi, ambito di
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Lorenzo Lippi, ambito di

San Rocco confortato dall'angelo

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Lorenzo Lippi, ambito di

San Rocco confortato dall'angelo

Olio su tela. La grande scena rappresenta un momento della vita di San Rocco, il pellegrino e taumaturgo francese che è considerato il santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste , e successivamente di tutti i flagelli e le catastrofi che hanno colpito l'umanità. Anche oggi, nel 2020, a seguito della pandemia in corso, il Santo è stato oggetto di preghiere e invocazioni a protezione dal virus in molteplici comunità cristiane in tutto il mondo. Il santo è raffigurato durante la prigionia, che lo condurrà alla morte, a cui fu sottoposto a Voghera durante il suo rientro dall'Italia in Francia, con l'accusa di spionaggio perchè, misero e lacero, non riconosciuto da nessuno, non seppe giustificare il suo passaggio in terre martoriate e sospettose. Nell'opera appaiono molti degli attributi iconografici del Santo: egli indossa solo il mantello, i calzari e la fibbia che reggeva la borraccia legata al torace; ai suoi piedi si trovano il tabarro ed il bastone del pellegrino; alla sua destra è un cane con un tozzo di pane che, secondo la leggenda, l'animale rubava dalla mensa di un ricco mercante per sfamare il santo malato; sulla sua coscia sinistra si intravvede la piaga, segno della malattia che lo colpì. L'opera è attribuita all'ambito di Lorenzo Lippi (1606-1684), artista toscano del XVII secolo, riconoscibile nello stile asciutto e improntato al vero, ma in particolare per le posture e le conformazioni anatomiche peculiari delle figure da lui raffigurate: si confronti ad esempio la corrispondenza stretta tra l'angelo del nostro quadro con quello del sacrificio di Isacco, conservato a S. Lucia di Montecastello, ma anche quella tra la postura di Isacco, seduto ma reclinato all'indietro, con le gambe aperte come il San Rocco, in una posa che sembra appartenere specificamente alla produzione dell'artista. Di Lorenzo Lippi, che fu non solo pittore ma anche letterato, ricordiamo che la produzione pittorica fu quasi totalmente dedicata al soggetto religioso e devozionale, eseguita tanto per una clientela pubblica (chiese cittadine e del contado), che privata; anche nella produzione di ritratti, che furono il motivo del suo passaggio a Innsbruck come pittore di corte, i soggetti da ritrarre venivano spesso inglobati in scene sacre. Per secoli la figura di artista del Lippi godette di pochi riconoscimenti, venendogli mosse le critiche di essere "troppo tenace" nel restare fedele al suo stile, fatto di una "pura e semplice imitazione della natura", come se fosse stato un artista privo di inventiva propria e poco incline ad abbracciare le novità pittoriche introdotte sulla scena artistica; in particolare mancano nella sua produzione le estrosità del barocco e l'adesione al gusto della corte medicea, improntata al fasto e alla sensualità dei modelli, rimanendo essa invece legata agli arcaicismi del secolo precedente, in particolare quelli di Santi da Tito, con la motivazione di voler restare vicino al sentire religioso del popolo fiorentino e delle sue confraternite. Le sue composizioni peraltro rispondono a puntuali equilibri formali e narrativi, con regie sceniche illuminate in maniera netta, dal disegno quasi neorinascimentale, con posture plastiche che ben sottolineano il sentimento del personaggio, con caratterizzazioni nitide dei volti e delle mani, in particolare quest'ultime sempre impegnate in una gestualità esplicita e dimostrativa dei contenuti della scena. Il dipinto qui proposto, già restaurato e ritelato, è presentato in cornice in stile.

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Luca Giordano, ambito di
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Luca Giordano, ambito di

La deposizione di Cristo

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Luca Giordano, ambito di

La deposizione di Cristo

Olio su tela. Tra il 1652 e il 1665 Luca Giordano dipinse per l'altare maggiore della Chiesa di Santa Maria del Pianto a Venezia la Deposizione di Cristo, conservata oggi alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. L'opera ben esprime lo stile del famoso pittore napoletano, che fu estremamente prolifico e lavorò in tutte le città italiane e europee, segnando il passaggio dal barocco al rococò. Essa ebbe tale successo, da spingere la bottega del Giordano - e probabilmente anche altri artisti regionali campani o veneti - a replicarne numerose copie, per esaudire la richiesta di altre chiese di provincia o, in formato minore da cavalletto, di privati collezionisti. L'esecuzione di tale serie di copie, tutte di ottima qualità, che si ritrovano oggi sparse in varie parti d'Italia e dell'estero. sembrerebbe concentrarsi tra la fine del '600 e la prima parte del '700. Tra esse si può inserire anche la copia qui proposta, riconducibile alla bottega del maestro napoletano per l'alta qualità esecutiva. La grande scena colpisce per la grandiosa "scala di corpi umani", un susseguirsi di corpi ritorti in un movimento ascendente: essi salgono partendo dalle figure di Maria e Giovanni in basso a sinistra; passano a destra per il gruppo con il corpo di Cristo, abbracciato in un groviglio ascendente dalle figure che lo depongono dalla Croce; ritorna in alto a sinistra al gruppo di angeli che assistono dalle nuvole sotto i cieli aperti. Alla plasticità delle forme si aggiunge il drammatico gioco di colori e di luci, che segue lo stesso movimento ascendente: le figure in basso spiccano per i colori forti ma cupi, il rosso e il blu su sfondi scuri ove anche gli incarnati risultano spenti, terreni; il gruppo plastico a destra è dominato dal bianco quasi accecante, ma cadaverico, del corpo di Cristo, che però dona maggior luminosità anche ai corpi delle figure che lo circondano; infine, il tripudio di angioletti dagli incarnati rosei si proietta verso la luce calda dei cieli aperti. Il dipinto, restaurato e ritelato in antico, è presentato in cornice dorata antica.

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Giovanni Maria Delle Piane detto il Mulinaretto
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Giovanni Maria Delle Piane detto il Mulinaretto

Ritratto di Nobildonna

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Giovanni Maria Delle Piane detto il Mulinaretto

Ritratto di Nobildonna

Olio su tela. Il ritratto a mezzobusto raffigura una gentildonna di famiglia nobile, come si desume dal ricco ed elegante abbigliamento ma soprattutto dalla medaglia che è ben messa in evidenza esattamente al centro dell'opera. La medaglia è quella dell'Ordine della Croce stellata, ordine cavalleresco femminile istituito dall'imperatrice Eleonora Gonzaga, vedova dell'imperatore Ferdinando III, e confermato da Clemente IX con bolla papale nel 1668, conferito solo a donne nobili. Nato a Genova ma formatosi artisticamente a Roma, il Delle Piane rivelò sin da giovane un'inclinazione per la ritrattistica. Assimilando la moda del ritratto alla francese (in particolare riferendosi alla produzione di Hiacynthe Rigaud e di Laguillère) e grazie alla sua capacità di cogliere le necessità celebrative del tempo, di adeguarsi alle nuove tendenze, di assecondare le smanie autocelebrative dei ricchi e potenti committenti, il Delle Piane portò nella pittura genovese una innovazione stilistica, caratterizzata dalla ricercatezza dei particolari e dalla mondanità delle figure, vestendo "quelle sue figure con drappi maestosi ed eleganti", cogliendole in "certe nuove, e spiritose movenze" . Dal 1707 divenne pittore di corte dei Farnese a Parma: nella sua produzione ritrattistica rientrano diversi loro ritratti, nonchè di altri importanti nobili e titolati, soprattutto genovesi e parmensi. L'opera del Delle Piane, attivo per oltre sessant'anni, fu estremamente ricca. Seppure cimentatosi anche in un'interessante produzione religiosa, di cui peraltro rimane molto poco, viene ricordato soprattutto per la produzione di ritratti: ve ne sono moltissimi, a lui attribuiti, in numerose case private. L'eleganza, l'ostentazione, il contrasto tra la posa severa e il gesto civettuolo, rientrano pienamente nelle caratteristiche interpretative del Delle Piane. Nel ritratto proposto L'eleganza, l'ostentazione, il contrasto tra la posa severa e il gesto civettuolo della mano che trattiene il manto,, rientrano pienamente nelle caratteristiche interpretative del Delle Piane. Il dipinto è presentato in cornice coeva a medaglione, argentata a mecca, sormontata da decoro intagliato a nastro annodato.

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Opera di Arman
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Opera di Arman

10000 Cendrillons

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Opera di Arman

10000 Cendrillons

Tecnica mista su tela. Armand Fernandez, in arte Arman, nasce a Nizza nel 1928. È ricordato come uno degli esponenti più significativi ed influenti del movimento artistico “Nouveau Réalisme”, la declinazione europea del New Dada americano. Il Nouveau Réalisme si sviluppa negli anni '60 in Francia attorno alla figura del critico Pierre Restany. Rappresenta un modo di fare arte anti convenzionale, che riprende molti aspetti delle avanguardie di inizio secolo, come ad esempio il relegamento di pittura e scultura a tecniche di secondo ordine. Per contro viene dato valore artistico ad oggetti di uso comune, appartenenti alla sfera quotidiana, che vengono presentati nelle opere esattamente nella loro oggettività, senza l'azione decontestualizzante che caratterizzava i ready-made di Duchamp. Il periodo del dopoguerra, caratterizzato da cambiamenti radicali dal punto di vista sociale ed economico viene rappresentato dagli esponenti del Nouveau Réalisme in maniera provocatoria e critica attraverso i suoi prodotti: oggetti in sovrabbondanza, prodotti di scarto, rifiuti scomodi e così via. Ogni artista declina questa filosofia in maniera personale ed originale; Arman è noto per le sue accumulazioni al limite dell'ossessivo. La sua opera prende le mosse dalle strade, dove raccoglie ciò che viene buttato, dimenticato. Gli oggetti inutilizzati, quello che è considerato spazzatura diventa protagonista delle sue “sculture”, inducendo il pubblico ad una riflessione sui risvolti della società consumistica. L'opera in questione è una composizione ironica intitolata 10000 Cendrillons, ossia 10000 Cenerentole. È costituita da sei paia di scarpe firmate Prada tagliate a metà, montate su tela e ricoperte di vernice. L'opera è concettuale e la sua interpretazione è legata alla comprensione della filosofia dell'artista e del periodo storico in cui ha operato. Rappresenta una visione personale e critica, alleggerita dal titolo canzonatorio, del consumismo dilagante. Arman opera la “dissacrazione” di un oggetto, la scarpa Prada, che è considerato un simulacro nel mondo della moda, un oggetto del desiderio. Dimostra con la sua opera come in fondo, una scarpa firmata a cui attribuiamo il valore di status symbol, non è altro che una scarpa e in ultimo un semplice oggetto che come ogni altro diventerà un rifiuto. L'opera proviene dallo studio dell'artista a New York ed è autenticata mediante email della Fondation A.R.M.A.N. che ne riporta il numero di archivio. La Fondation A.R.M.AN. è attualmente l'unica istituzione avente il diritto di rilasciare certificazioni per le opere di Arman. È allegata inoltre fotografia dell'opera firmata dall'artista che indica il numero d'archivio, il titolo, le misure e la tecnica. Sul retro della fotografia è presente il timbro della Galleria d'Arte Dante Vecchiato che nei primi anni 2000 è stata il punto di riferimento per la distribuzione delle opere di Arman in Italia.

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Tecnica mista su tela. Armand Fernandez, in arte Arman, nasce a Nizza nel 1928. È ricordato come uno degli esponenti più significativi ed influenti del movimento artistico “Nouveau Réalisme”, la declinazione europea del New Dada americano. Il Nouveau Réalisme si sviluppa negli anni '60 in Francia attorno alla figura del critico Pierre Restany. Rappresenta un modo di fare arte anti convenzionale, che riprende molti aspetti delle avanguardie di inizio secolo, come ad esempio il relegamento di pittura e scultura a tecniche di secondo ordine. Per contro viene dato valore artistico ad oggetti di uso comune, appartenenti alla sfera quotidiana, che vengono presentati nelle opere esattamente nella loro oggettività, senza l'azione decontestualizzante che caratterizzava i ready-made di Duchamp. Il periodo del dopoguerra, caratterizzato da cambiamenti radicali dal punto di vista sociale ed economico viene rappresentato dagli esponenti del Nouveau Réalisme in maniera provocatoria e critica attraverso i suoi prodotti: oggetti in sovrabbondanza, prodotti di scarto, rifiuti scomodi e così via. Ogni artista declina questa filosofia in maniera personale ed originale; Arman è noto per le sue accumulazioni al limite dell'ossessivo. La sua opera prende le mosse dalle strade, dove raccoglie ciò che viene buttato, dimenticato. Gli oggetti inutilizzati, quello che è considerato spazzatura diventa protagonista delle sue “sculture”, inducendo il pubblico ad una riflessione sui risvolti della società consumistica. L'opera in questione consiste in un violino tagliato montato su tela riportata su tavola con tracce di colori misti. Il titolo è Jeté, in italiano "Gettato", il riferimento al mondo dei rifiuti è diretto ed immediato. Fa parte della serie "Colères" operazioni di "dissemblage", ossia di distruzione di strumenti musicali della tradizione borghese: violini, violoncelli, trombe e pianoforti che vengono smembrati, bruciati, o sezionati. In questo ciclo di lavori si palesa l'impulso distruttivo. Il gesto è importante, centrale nella filosofia del Nouveau Réalisme. Come disse lo stesso Arman “Credo che nell'azione della distruzione ci sia una volontà d'arrestare il tempo, di sospendere gli avvenimenti incollandoli, bloccandoli insieme nel poliestere..." L'opera proviene dallo studio dell'artista a New York ed è autenticata mediante email della Fondation A.R.M.A.N. che ne riporta il numero di archivio. La Fondation A.R.M.A.N. è attualmente l'unica istituzione avente il diritto di rilasciare certificazioni per le opere di Arman. È allegata inoltre fotografia dell'opera firmata dall'artista che indica il numero d'archivio, il titolo, le misure e la tecnica. Sul retro della fotografia è presente il timbro della Galleria d'Arte Dante Vecchiato che nei primi anni 2000 è stata il punto di riferimento per la distribuzione delle opere di Arman in Italia.

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